Editoriale
Ci fu un tempo in cui, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso e nei primi anni Settanta, il gesto dell’arrampicata, esaurita la spinta eroica dell’alpinismo classico, sembrava destinato ad un modesto futuro destino: un’attività per pochi eccentrici, funamboli, vagamente solitari o socialmente laterali.
Lontana anni luce da qualsiasi parentela e mediatizzazione psicomotoria, la pratica dello scalare rocce era in netta, tangibile, irrimediabile decadenza.
Lontanissimi i tempi di Emilio Comici, Paul Preuss, Tita Piaz.
Ma, come scrisse il giovane Hegel in un momento di lucidità filosofica suprema, “la realtà è infinitamente più complessa delle rappresentazioni che noi ci facciamo di essa”.
Così, nello spazio di pochi decenni, da semi defunta l’arrampicata su roccia è risorta, dapprima nel puro sassismo ludico e un po’ psichedelico, poi nel free climbing, atto liberatorio per corpo e anima. Infine nell’arrampicata sportiva, in falesia e parete, relativamente sicura: uno sport,…