Maurizio Oviglia
a Roccadoria.
Foto: Mattia Vacca
Va bene, cominciamo.... Maurizio Oviglia, classe?
‘63... (risate imbarazzate!)
Ok, quindi partiamo un po’ con la tua storia: tu nasci e cresci a Torino, cominci a scalare in Val di Susa più o meno negli anni del “Nuovo Mattino” ?
Beh, vorrei chiarire un punto: io appartengo alla generazione appena successiva a quella del Nuovo Mattino, tant’è che alla Valle dell’Orco mi avvicinerò più tardi, grazie anche ai libri di Alessandro Gogna. Quindi abbiamo cominciato a scalare in questa valle e ad innamorarci di essa. Considera che io nasco come “alpinista”, facendo escursionismo di alta quota con mio padre fino a quando, nel ‘76, lui è venuto a mancare e ho iniziato a esplorare l’arrampicata di difficoltà da autodidatta. Con mio padre praticavamo un alpinismo molto semplice. Quindi ho fatto un corso di ghiaccio e poi da autodidatta ho imparato a scalare su roccia, portando spesso i compagni di scuola e facendo cose abbastanza improbabili e pericolose, soprattutto se viste con gli occhi…