dal capitolo RITORNO A ICHNUSA
Le gentili fioriture del giglio Pancrazio sono l'ultima nota di bianco, poi la gola è tutta nera e buia,
stretta e piena di sibili. Murena me l'ha detto: "Addormenta l'udito, metti a riposo le tue orecchie,
tappatele sotto quei lecci secolari. E non ascoltare i soffi, sono i pianti disperati dei legionari
romani che s'infrattarono alla ricerca dei durissimi sardi. Quelli li attirarono nell'imbuto della
codula scaraventando addosso ai legionari una cascata di pietre. Morirono tutti, solo gli echi
strazianti dei loro lamenti sono sopravvissuti al tempo. Reggi la tentazione e non sognarti di
essere Ulisse desideroso di ascoltare la voce delle sirene. Reggi fin quando non arrivi a Tiscali,
nella voragine sarai al sicuro."
Detto, fatto. Strisciamo in un cunicolo e sbuchiamo sotto il pozzone, acquattandoci vicino a una
stalagmite per guardarlo da lontano. Aspettiamo il raggio. Arriva a mezzogiorno appena, e dall'ingresso,
novanta metri più in alto, affonda una lama di luce, che ci inchioda al nostro posto. Nessuno fiata,
Bobore, per la sorpresa, apre la bocca. La sigaretta gli cade, e lui nemmeno se ne accorge.
La grotta è una tana dei Titani: è immensa, mi rallenta perché il vuoto è tanto e non finisce mai.
Davanti a me vedo solo i pochi metri di massi che calpesto. Mi rendo conto di dove sono andato a
finire solo quando arriviamo nella galleria di nord: Daniele, Alessandra e Marieddu vagano tra macigni
immensi, li scavalcano con agilità e si allontanano fino a diventare lucine tremolanti.
Sembra che galleggino nel buio, e qui dentro ce n'è un mare.
(....)