dal capitolo SUPRA E SUTTA MONTE
Il buio ha l'odore del muschio impastato alla terra.Le fauci di Su Sterru
mettono addosso tremore. Non ho mai amato le grandi verticali. E mai le amerò.
Soprattutto quando non portano a nulla. O meglio, quando sul fondo non si sono
inventate un bel niente. Un salone. Un meandro. Una galleria bella di
concrezioni. Un infido cunicolo spalmato di fango che porti a un maledetto
altrove. Su Sterru è un perfetto cilindro che
precipita dritto dritto,
senza una piega, per duecentosettanta metri. Se un fesso passa dall'ingresso,
ci getta una pietra e tu sei sotto, ci sono tutte le possibilità che ti centri.
E dall'aldilà ti toccherà andargli in sonno per fargliela pagare. "Ma che
ci andiamo a fare?", dico a Paolo. Quello è già sulla corda al cospetto
del passaggio litologico tra la glassa color cioccolato del basalto e il chiaro
pan di spagna del calcare. Sparisce oltre il frazionamento. Guardo il cielo.
Gli rubo gocce di luce con gli occhi. Là sotto ce ne sarà poca, poi niente. E
io piangerò per la risalita. Lo seguo. Il baratro ingordo sbadiglia sotto gli
scarponi. Frazionamento. Longe. Corda nel discensore.
Frazionamento. Longe. Corda nel discensore. Cerco
Paolo sotto di me. Solo una fiammella lontanissima. L'eco dei moschettoni
rimbalza e m'investe. "Stavo meglio quando stavo peggio." Ho
nostalgia degli Alburni che, nonostante il loro gruviera
verticale, mai si sono burlati di noi speleo con pozzi del genere:
"E pensare che il pozzo da centosessantaquattro degli Urri
fa paura." Giù. Giù. E ancora giù. (....)