dal capitolo MONTI ALBURNI '97
Filo giù su corda imbrattata. Quando tocco terra, il mio guanto destro è una boccia di fango.
Attorno, calcare lacero del furore esplorativo. Blocchetti, pietre e breccia strappata alle pareti.
Infilo la testa in un tubo bianco di polvere. Uno sputo d'aria ghiacciata spegne il casco.
Ora capisco perché gli altri hanno fatto i ladri qua sotto. Non ha saputo serrare bene le labbra, questo abisso.
Ha spifferato troppo. E quelli, gli scassinatori delle caverne, hanno capito
che dall'altra parte c'era una collezione di verticali da non farsi sfuggire:
un tesoro. Striscio per qualche metro. Al di là il vuoto cresce, e comanda discesa.
Mi sento osservato. Due camini occhieggiano in alto, hanno misure larghe.
Di nuovo corda al fango. Faccio piano e mi godo il pozzo che buca pagine e pagine di strati.
È un libro antico, scritto dall'acqua. Carlo è appeso sull'altra fabbrica di metri.
Uno sopra l'altro fanno centotredici. Quando atterra il suo grido è un fuoco d'artificio.
Sale dritto e si gonfia di eco: "Li-be-ra-a-a-a... "
Misuro i movimenti.
Impongo equilibrio sul ciglio del bestione che arriva dall'alto e precipita.
Supero il primo frazionamento con forza delicata. Giusta. L'acetilene illumina poco.
Non serve vedere quanto è grande. Lo sento bene. È una condanna di vertigini. (....)