PREFAZIONE
di Michael Kennedy
Nel giugno del 1977 ebbi l'incredibile fortuna di arrampicare con due dei miei eroi di sempre:
Jeff e George Lowe. Eravamo in Alaska, sul versante Nord del Monte Hunter.
Avevamo già conquistato milleduecento metri di parete quando una cornice di neve collassò improvvisamente sotto il peso
di Jeff, trascinandolo giù per una ventina di metri. Durante la caduta un rampone gli rimase impigliato da qualche parte,
sotto la neve, e la caviglia cedette.
Io al tempo ero uno scalatore naif, e devo ammettere che quella situazione m'impensieriva, e non poco. I miei navigati
compagni, letteralmente due monumenti dell'alpinismo americano, non sembravano invece farsi troppi problemi.
In realtà i due erano probabilmente altrettanto preoccupati per l'incidente ma, grazie alle centinaia di vie che già
avevano alle spalle, al contrario di me sapevano esattamente cosa fare. La differenza stava tutta nell'esperienza:
certo, io avevo la tecnica, ma loro la testa. Fu una lezione fondamentale, a dire il vero una delle tante che imparai
nelle settimane che seguirono.
Alla fine riuscimmo a escogitare un efficiente sistema per la ritirata, e un giorno e mezzo più tardi eravamo di nuovo
sul ghiacciaio.
Jeff saltò sul primo aereo verso casa per farsi sistemare la caviglia, mentre dopo qualche
giorno di riposo George e io tornammo al Monte Hunter per completare quella che sarebbe poi diventata
la Lowe-Kennedy. Compresa la discesa lungo il crinale Ovest, impiegammo in tutto cinque giorni per completare
un'impresa che, specialmente per me, si era rivelata lunga e impegnativa.
Presto però ci trovammo di fronte a un bivio: avevamo infatti programmato di aprire un'altra via prima di
ripartire, ma con Jeff fuori uso qualche perplessità cominciava a farsi largo nella nostra mente. Jeff era senza
dubbio il più forte dei tre, e la salita che ci eravamo prefissata, la parete Sud del Monte Foraker, era lunga e
impegnativa, sia fisicamente che mentalmente. E se avessimo incontrato una sezione troppo dura? O se uno di
noi avesse subito un altro incidente? Ma soprattutto, saremmo riusciti George e io, una volta soli e in parete,
a tirar fuori quello che ci vuole per vincere una montagna così? Non si trattava più del Monte Hunter, una
salita prevalentemente di roccia e ghiaccio. Questa era una parete più lunga e più alta, molto tecnica, con
tiri di roccia e misto. Una volta raggiunta la cima meridionale, avremmo inoltre dovuto proseguire traversando
fino alla vetta settentrionale, per poi scendere lungo il temibile crinale Sud-est. Niente di simile in
stile alpino era mai stato tentato prima in Alaska.
Fu una discussione lunga e sofferta, e alla fine optammo per una classica dura sul Denali, la Cresta Cassin.
Trattandosi di una via già ripetuta più volte, ci sentivamo abbastanza tranquilli.
Nella mia testa tuttavia continuavano a rincorrersi mille dubbi e così, neanche un quarto d'ora prima
di metterci in marcia, dissi a George che dovevamo invece provare la Sud del Foraker: era un salto nel buio,
ma sentivo che in gioco c'era la fiducia che avevamo in noi stessi.
Quella notte l'avvicinamento fu particolarmente lungo, e così trascorremmo il giorno seguente riposandoci e
studiando la parete: da dove saremmo passati? Di quanto saremmo riusciti ad avanzare ogni giorno? Quali sezioni
sembravano più problematiche?
Una corsa di primo mattino attraverso il ghiacciaio, più che altro un campo minato di seracchi, ed eccoci
sui primi tiri di roccia, mentre la via timidamente si svelava davanti ai nostri occhi.
Al terzo giorno in parete capimmo che a quel punto non avremmo avuto abbastanza materiale per calarci:
l'unica via di uscita era la vetta. Prima di allora non avevo mai affrontato una montagna con così tanta
determinazione, e quella via si stava rivelando un'esperienza meravigliosa, quasi liberatoria. Avevamo attaccato
la parete con una certa apprensione, ma già dopo pochi metri i nostri timori avevano iniziato a dissolversi. In quel mondo
in apparenza così inospitale, eravamo ormai una cosa sola con la parete, e coi suoi ritmi: scalare, mangiare, bere e dormire.
Il quinto giorno raggiungemmo la base di un ripido canale di misto, chiaramente la lunghezza chiave della via.
Erano ormai ventiquattro ore filate che stavamo scalando, e George suggerì di bivaccare lì sotto per poi affrontare
il tiro il giorno seguente. Io invece mi sentivo ancora carico, e gli risposi che invece avremmo dovuto proseguire.
I momenti che seguirono rimangono scolpiti nella mia mente in modo indelebile: io che guardo su, verso il tiro più
impegnativo che avessi mai incontrato, sforzandomi di visualizzare la sequenza, di vedermi salire quella sezione;
e ancora io, un istante dopo, che guardo giù verso George, impegnato a risalire. Era come se fossi uscito dal mio corpo,
come se mi fossi librato oltre la consapevolezza di quel che potevo, o credevo di poter fare. Era una sensazione che avevo
cercato a lungo in montagna, in quelle attività che avevo avuto la fortuna di praticare: arrampicata, sci, corsa, trekking.
Qualcosa che, come i doni più rari, arriva quando meno te l'aspetti.
Continuammo fino in vetta per poi scendere di nuovo al ghiacciaio, non senza qualche brivido.
Finimmo col trascorrere undici giorni in parete, undici dei più intensi e gratificanti giorni della nostra vita.
Ventidue anni e parecchie montagne dopo, quella rimane una salita tra le più importanti per me, un'esperienza che
mi aprì gli occhi verso le grandi montagne del mondo. Più di tutto la conquista dell'Infinite Spur risvegliò in me
un profondo senso di spiritualità e rispetto per la vita, qualcosa che da quel giorno ha segnato tutta la mia esistenza.
Come molti degli scalatori negli anni sessanta o settanta, anch'io cominciai col trekking, per poi passare alla falesia,
e infine mi trovai a gravitare attorno alle grandi montagne. Non ho mai fatto un corso di arrampicata, tantomeno ho preso
lezioni in merito. Ho imparato un po' dagli amici, un po' come autodidatta, e soprattutto ho fatto un lungo apprendistato
sotto la guida di scalatori più completi ed esperti. Proprio come le cattive abitudini e le debolezze vecchie di decenni
che ancora oggi mi porto dietro, anche questa è una scuola che non finisce mai. E non ci sono scorciatoie, certe lezioni
le impari solo facendo i tuoi sbagli, solo con l'esperienza. Nella mia vita di scalatore non mi sono certo mancati né gli
uni né l'altra, ma come avrei voluto avere tra le mani una risorsa come questo libro durante quegli anni di pericoloso
tirocinio alpinistico! Queste pagine sono ancora oggi per me fonte di ispirazione e motivazione, mi spingono
costantemente a rivedere le mie convinzioni, e a rimettermi in discussione.
Se il numero di vette conquistate o il grado delle vie salite misurano il successo di un alpinista, Mark sa bene che
esiste qualcosa di ancora più formativo: la sconfitta. Forse è per questo che tratta nei minimi particolari ogni
singolo aspetto della montagna, da come proteggersi in ambienti freddi e verticali alle varie tecniche di arrampicata
e di allenamento, da come gestire qualsiasi tipo di terreno all'equipaggiamento da prendere o da lasciare a casa.
In queste pagine Mark si sofferma a lungo sull'importanza dell'uomo prima che dello scalatore, e dell'approccio con cui
egli si avvicina a questa disciplina; su quella coscienza di sé che si guadagna soltanto con l'esperienza, e con una
ferrea autocritica. Seguite il suo consiglio e scoprirete fino a che punto tirare avanti nonostante un'improvvisa bufera,
come gestire demoni interiori e paure nascoste, come fidarsi dell'istinto e sviluppare una precisa consapevolezza di
ogni minimo particolare, come vivere pienamente il vostro tempo.
La montagna è un esempio straordinario del potere e del mistero della natura. Ogni parete non è altro che l'espressione
di ciò che di buono esiste nello spirito umano. Non dimentichiamo però che la roccia prende vita soltanto al
tocco delle nostre mani, e che sono le persone con cui condividiamo quest'esperienza a renderla così magica.
Forse è proprio questa la grande lezione che Mark ha distillato da tutti gli anni vissuti al limite, e che oggi
ci offre in queste pagine.
Michael Kennedy
Carbondale, Colorado