28,29,30,31 gennaio - 1,2,3,4 febbraio 2007
Le Ghigliottine del Dru

Anche le vette si trasformano spesso. Il Dru, orgoglio di Chamonix e dell'alpinismo francese, fino agli anni Novanta era una spada di granito rossastro protesa nel cielo del Monte Bianco.
A chi la osserva oggi, al posto dello spigolo reso celebre da Walter Bonatti mostra una rientranza grigiastra, segno evidente di una frana. In realtà i cataclismi del Dru sono stati più di uno.
Il primo crollo, dalle proporzioni spaventose, avviene il 17 settembre 1997, quando dalla celeberrima guglia si staccano quindicimila metri cubi di granito. Quando la nuvola di roccia polverizzata si posa sulle morene della Mer de Glace (ma la polvere arriva fino a Les Praz, frazione di Chamonix), insieme a un pezzo del Dru se n'è andato per sempre anche un pezzo della storia alpinistica del Monte Bianco. Spariscono completamente, tra le altre, le vie tracciate da Thomas Gross e Catherine Destivelle.
Con loro vanno in fumo un paio di lunghezze del mitico Pilastro Bonatti.
La storia si ripete il 29 giugno del 2005, quando un'altra frana lascia una ferita gigantesca sul versante occidentale del Dru. Ma se il crollo di otto anni prima, stampa specializzata a parte, ha avuto un'eco poco più che locale, il nuovo evento va in prima pagina in tutto il mondo. Anche Walter Bonatti, intervistato su La Repubblica, confessa la sua tristezza per "un pezzo di storia che viene a mancare", e perché "nessuno potrà più salire dove tu sei andato per primo".
Il Dru non è la sola montagna d'Europa a sfaldarsi.
L'elenco dei crolli sulle montagne italiane include la Torre Trephor, nelle Cinque Torri, che precipita nel giugno 2004. Un pezzo del Paretone del Gran Sasso che si sbriciola nell'agosto 2006.
Una bella fetta della parete Nord di Cima Una, nelle Dolomiti di Sesto, che crolla in un'alba di settembre del 2007, imbiancando con la sua polvere della frana gli escursionisti che camminano sui sentieri e le auto nel posteggio della Val Fiscalina.
Nei commenti, il vecchio leit-motif della montagna assassina si sposa con le interviste agli scienziati che studiano la riduzione del permafrost, lo strato ghiacciato che cementa rocce e morene.
E con i commenti che esprimono preoccupazione per lo stato di salute del pianeta.
Ma se un vecchio leone come Walter Bonatti, che sul Dru non potrà più tornare, interpreta il crollo come la fine di una pagina irripetibile di storia, altri alpinisti molto più giovani di lui vedono qualcosa di diverso.
Una lavagna vergine, grigia invece che rossa, dove la storia può iniziare di nuovo.
Nel 1998, dopo il primo cataclisma, sono stati Valery Babanov e Yuri Koshelenko, due star dell'alpinismo russo, a tornare sulla Ovest del Dru per aprire un nuovo itinerario. Nell'autunno 2006, un anno e mezzo dopo l'ultimo crollo, il telefono squilla a casa di Jean-Yves Fredriksen detto Blutch, guida alpina di Abondance, nei pressi della riva francese del Lemano. Dall'altra parte del filo c'è Martial Dumas, soprannominato Cochonnette, classe 1975, in quei giorni la più giovane guida alpina di Chamonix. Dopo qualche saluto di rito, Dumas passa rapidamente al sodo.
"Che ne pensi di andare al Dru ad aprire sulla frana?" Fredriksen tergiversa, prende tempo, poi si lascia coinvolgere dall'idea.
"Allora è ok, andiamo al Dru" risponde, sempre al telefono, quarantotto ore dopo.
L'idea, come per i russi di nove anni prima, è di andare d'inverno, quando ciò che resta del permafrost fa ancora il suo dovere.
I due alpinisti francesi non sono degli sprovveduti né dei pazzi.
Alle spalle, oltre a molte grandi salite sulle Alpi, hanno la seconda ripetizione, nel 2002, di Riders on the storm, una via di 1200 metri, con difficoltà di IX grado e A3, aperta dall'asso tedesco Wolfgang Güllich sulla Torre Centrale del Paine, nella Patagonia cilena.
E una ancora più lunga via nuova (Azazel, 1500 metri di VI+, A3+ e M6 sulle Torri di Trango, in Karakorum. Anche per loro il "nuovo Dru" è un passo in un viaggio che continua. (....)