14 giugno 1987
La Parete che non c'è
(...) Un alpinista si affaccia sul grande vuoto del versante italiano della montagna,
tremila metri più in alto dei boschi di larici della Val Vény. Si chiama Stefano De Benedetti, ha trent'anni, qualche
ora prima è salito proprio da lì, dalla via dell'Innominata che ora vuol ripercorrere in discesa. Ma in salita aveva
ai piedi i ramponi, ora ha calzato gli sci, e le cose sono un po' diverse.
Mentre Stefano si prepara al grande balzo, le punte degli sci sporgono oltre la cornice. Il vento leggero che
risale la parete fa vibrare, e fa passare nell'aria dei leggeri cristalli di neve. All'inizio di una discesa
sugli sci, basta poco per mettersi in movimento. Una spinta con i bastoncini, uno spostamento del peso del
corpo, semplicemente un pensiero. In cima al versante italiano del Bianco, con tremila metri di vuoto davanti,
partire richiede un pizzico di decisione in più.
Basta un attimo, e lo sciatore non è più sulla cima. Il regista e cameraman Michele Radici e la fotografa Sylvie
Chappaz, che lo seguono dall'elicottero, lo vedono disegnare delle curve saltate sul grande triangolo di neve che
separa la sommità dei Piloni del Brouillard dalla cima. Danza intorno alle tracce che ha lasciato in salita, passa
con eleganza tra i massi che interrompono il pendio, acquista sicurezza a ogni curva. Nella sua mente, trova il
tempo per stupirsi di come è stato facile partire, e per rendersi conto che ai piedi non ha "più gli sci, ma un
arto cresciuto per necessità".
La neve che si stacca sotto agli sci di Stefano prende velocità sul pendio, si trasforma in delle piccole slavine, si
getta nel grande vuoto dei Piloni. Dal punto di vista tecnico, però, il triangolo di neve è il tratto più facile della
discesa. Le cose cambiano verso la base del pendio, quando lo sciatore si affaccia su un salto di roccia. Lo conosce,
lo ha studiato in salita, ma il passaggio non è meno impressionante per questo.
Dopo aver infilato i bastoncini nello zaino, Stefano si siede sul bordo del salto, si appende con le mani all'orlo,
poi si lascia scivolare sul granito, ritrova la neve e l'equilibrio, facendo staccare una slavina più consistente
delle altre. "È come se urlassi, ma tutto si consuma all'interno, in silenzio" confesserà un mese più tardi sulle
pagine di Alp.
(....)