15 luglio 1865
Senza Ramponi sulla Brenva

Alle nove di una meravigliosa mattina, nell'estate del 1865, sei uomini sono seduti a cavalcioni, uno davanti all'altro, su una cresta di ghiaccio affilata come la lama di un coltello. Non c'è bisogno di aver tentato un'acrobazia come questa per capire che il freddo, in quella posizione, diventa rapidamente insopportabile. Ma non c'è niente da fare, tranne attendere che il capocordata trovi la soluzione. Quegli uomini con le natiche al freddo, d'altronde, non stanno giocando, ma rischiando la pelle su una delle più grandi pareti di ghiaccio delle Alpi.
Intorno a loro, l'anfiteatro della Brenva offre un ambiente straordinariamente selvaggio. Nonostante i quasi 3900 metri di quota, dalla cresta di ghiaccio le vette sembrano ancora lontane. Sui vertiginosi pendii del Monte Bianco, del Mont Maudit, dell'Aiguille Blanche e del Colle della Brenva precipitano pietre, blocchi di ghiaccio, slavine. I seracchi del ghiacciaio, oltre i quali si vedono i boschi e i pascoli del Mont Chétif e del Crammont, e poi le nevi delle altre grandi montagne valdostane, sembrano indicare che la via è sbarrata anche verso il basso. L'unica via di uscita è in su.
Per i sei uomini a cavalcioni su quella lama di ghiaccio, però, salire verso la cima del Monte Bianco non è un'impresa facile. Nessuno di loro ha ai piedi un paio di ramponi. Solo le due guide svizzere, i cugini Jakob e Melchior Anderegg, nati a Meiringen ai piedi dell'Oberland Bernese, dispongono di una piccozza. Uno strumento che all'epoca non è utilizzato dai clienti borghesi o nobili che frequentano le grandi montagne per svago, ma è riservato alle guide, dei solidi lavoratori dell'Alpe condannati a intagliare centinaia e centinaia di gradini nei ripidi pendii di neve e di ghiaccio.
I quattro clienti britannici, tutti di buona famiglia e con alle spalle molte ascensioni impegnative, impugnano al posto delle piccozze degli alpenstock, dei bastoni da montagna dalla punta ferrata simili a quelli utilizzati, in quegli anni, da turisti ed escursionisti sui sentieri. In vita, i sei uomini che salgono sui ripidi pendii glaciali della Brenva sono legati con delle corde di canapa. Ai piedi hanno solo le scarpe chiodate. Nel cuore, oltre al coraggio e alla fiducia nell'abilità delle guide, i quattro clienti portano una robusta dose di humor britannico. "Lavoravo con le mani in posizione sicura" annota sulle pagine dell'Alpine Journal uno dei quattro inglesi, il ventiquattrenne Adolphus W. Moore, destinato a una luminosa carriera nel servizio coloniale di Sua Maestà la Regiona Vittoria. "Non potevo fare a meno di chiedermi, con assurda ironia, cosa sarebbe successo se qualcuno fosse scivolato cadendo su uno dei due versanti, se si sarebbero cioè gettati dalla parte opposta oppure no, e quale sarebbe stata la fine".
I compagni di avventura di Moore - il cinquantasettenne Francis Walker, suo figlio ventisettenne Horace, il ventinovenne George S. Mathews - non hanno confidato l'angoscia e le speranze di quei momenti a un diario. Ma anche il loro equilibrio e la loro saldezza di nervi, oltre all'intuito e alla forza delle guide, permettono la sopravvivenza della cordata in un luogo dov'è vietato sbagliare.

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"Credo che una cresta di puro ghiaccio si incontri più facilmente nelle relazioni che nella realtà, ma questa volta l'avevamo davanti nella sua forma più genuina, ghiaccio blu senza una sola particella di neve" prosegue l'inglese.
Jakob Anderegg, che è in testa alla lunga cordata, prosegue tagliando dei gradini sul filo, poi si siede e procede faticosamente a cavalcioni. Segue un'ora di paura, di silenzi, di freddo.
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